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Dio ci ha donato dei talenti e vuole che responsabilmente li facciamo fruttare e moltiplicare. Condanna coloro che, presi dalla paura e privi di volontà, si comportano come il servo malvagio il quale nascose il suo unico talento (Matteo 25, 14-30). Ci chiede di avere generosità nel mettere in pratica i doni ricevuti. Chi è pauroso e vigliacco vuol dire che non ha fiducia in Lui, nel Signore del mondo, nel padrone della messe. Le capacità naturali che abbiamo devono essere integrate con i doni di grazia, che vanno dispensati di modo che venga il regno di gioia di Dio sulla terra. Con l’azione dello Spirito Santo e la fiducia in Dio, nulla è impossibile all’uomo, perché è Dio a agire in lui. Date e vi sarà dato, dice Gesù (Mt. 14,29); ma se non date, vi sarà tolto anche quello che avevate avuto.

 

«Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato, a come potete metterli al servizio degli altri? La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi»(Papa Francesco, Mercoledì 24 aprile 2013).Tramite Twitter, più o meno nello stesso periodo, il vicario di Gesù ci ha ammonito: «Non sotterrate i talenti, i doni che Dio ci ha dato! Non abbiate paura di sognare cose grandi».
Aiutare i poveri, liberare gli oppressi nel corpo e nello spirito, questo è mettere in pratica i talenti. Sono i doni che Dio ha assegnato a ciascuno di noi affinché li usiamo, li adoperiamo al servizio degli altri. Offerti a noi nel Battesimo, sono chiamati più spesso carismi, termine greco che deriva dal sostantivo χάρις, “cháris” (grazia). 
Il mondo nega i carismi, che estrinsecano la misericordia di Dio con segni qualche volta eclatanti, come le guarigioni miracolose: il mondo nega la Grazia. Un po’ di colpa l’abbiamo anche noi: se non mettiamo in pratica i carismi, che esteriorizzano la potenza di Dio in noi, come possono le persone credere che Gesù è Dio?

    I doni di Dio ci sono stati elargiti non perché li teniamo nascosti. Tanto più che se non ce ne serviamo si pauperizzano, si spengono, spariscono. Appassiscono.

Il Magistero della Chiesa insegna che i carismi crescono se sono esercitati, cioè si sviluppano se sono messi in pratica. Se li si usa, crescono, se no la fiammella si spegne.   
Un concreto esempio di questo principio lo forniva padre Emiliano Tardif, un sacerdote molto conosciuto in tutto il mondo per il suo potente carisma di guarigione. Egli era solito raccontare che le prime volte che aveva eseguito le preghiere di guarigione in pubblico per parecchia gente, nessuno guariva e lui pensava: che figura ci sto facendo con queste persone, con il vescovo locale! Poi mano a mano che continuava a tenere queste riunioni, sempre più persone erano sanate, sino a far appalesare in modo prodigioso la misericordia di Dio, con migliaia di fedeli che guarivano di tumori, sordi che sentivano e ciechi che vedevano. Ho assistito anche io ad alcuni di questi incontri. Alle volte i ciechi guarivano quando dall’ostia consacrata partivano dei raggi che colpivano i loro occhi: la nebbia (riferivano) davanti alle loro pupille si diradava e vedevano. Talora per la prima volta in vita loro.
Se è vero che i carismi crescono se sono utilizzati, per fare le  preghiere di guarigione e di liberazione non bisogna attendere di avere la certezza di possedere il carisma di guarigione o di liberazione. Non si può argomentare: non sono capace, non ho il carisma, non ne sono degno. A una persona che sosteneva “non ho il carisma di guarigione” è stato chiesto: «Ma tu hai mai fatto una preghiera di guarigione su qualcuno?». “No”. «E allora come fai a dire che non hai il carisma!».
Se uno mette  buona volontà, se possiede quel carisma si svilupperà, altrimenti avrà comunque fatto un’intercessione. Quindi un’azione benefica, che non ha mai procurato del male a nessuno (da “Vincere il demonio con Gesù. Come liberare e liberarsi” di Sorella Angela Musolesi e Don Gabriele Amorth - Ed. Paoline giugno 2015)

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