Catechesi S.E. Luis Manuel Alí

Omelia di S.E. Mons. Luis Manuel Alí Herrera
Vicario del Cardinale Arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore

Roma Festa di San Pietro e Paolo (29 Giugno 2026)
Omelia alla Santa Messa delle ore 10

Questa festa ha qualcosa che non smette di sorprenderci.

Non erano simili. Non erano compatibili. Non erano, probabilmente, nemmeno sempre in pace tra loro – Paolo stesso racconta, senza imbarazzo, di averlo dovuto affrontare in faccia, perché Pietro stava sbagliando.

Eppure erano uniti e per questo li festeggiamo lo stesso giorno.

Come se lo Spirito Santo volesse dirci qualcosa attraverso l’accostamento stesso, prima ancora che attraverso le parole.

C’è chi ha immaginato Pietro come un ragazzo di ventotto, trenta anni al massimo. Uno che si arrabbia, sbaglia, agisce d’impulso. E poi si rialza. Sempre.

C’è un momento in cui Pietro capisce tutto – e in quello stesso istante riceve tutto.

Cesarea di Filippo. Gesù fa una domanda che sembra semplice: “La gente, chi dice che io sia?” Risposte prudenti. Opinioni. Nomi antichi. Poi si gira verso di loro: “E voi, chi dite che io sia?”.

Pietro non calcola. Non si consulta. Risponde da quella parte di sé che è più vera: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.”

E Gesù gli dice: questo non te l’ha rivelato la carne né il sangue. Te l’ha rivelato il Padre mio.

Non è un esame superato. E’ un’identità ricevuta. Pietro non diventa pietra perché è forte, diventa pietra perché si lascia attraversare da qualcosa più grande di lui.

San Leone Magno scrisse che Pietro non fu scelto perché era perfetto. Fu scelto perché era disponibile. La sua debolezza non fu un ostacolo – fu lo spazio dove la grazia trovò posto.

Questo è Pietro.

Paolo era un altro mondo. Formato alla scuola dei migliori. Poliglotta. Capace di muoversi tra culture diverse. Zelante, prima contro i cristiani, poi per Cristo, con la stessa intensità.

Verso la fine della vita, dalla prigione, scrive a Timoteo. Sono le sue ultime parole che abbiamo. Non le parole di un vincitore. Le parole di un uomo che ha fatto i conti con se stesso:

“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.”

Non dice: ho vinto. Dice: ho tenuto. Ho tenuto fino alla fine.

E aggiunge qualcosa di commuovente: “Il Signore mi è stato vicino e mi ha fatto forza.”. Non gli ha tolto la fatica. Non l’ha risparmiato dalla prigione. Gli è stato vicino. E per Paolo quello era abbastanza.

Due uomini così diversi che si fa fatica a immaginarli nella stessa stanza.

Eppure lo Spirito li ha voluti insieme.

Non per caso. Non per compromesso.

Ma perché il mondo non si raggiunge con una sola voce.

C’è chi ha bisogno di un Pietro: qualcuno che parla con i piedi per terra, con la credibilità di chi ha ricevuto tutto come dono. E c’è chi ha bisogno di un Paolo: qualcuno che non ha paura delle domande, che argomenta e ragiona, e non chiedere di spegnere la testa per credere.

Insieme potevano arrivare a tutti. Separati, sarebbero rimasti ciascuno nel proprio mondo.

Noi siamo in questa Basilica, dove riposa Papa Francesco. Lui, che ha detto: “La Chiesa non è un museo di santi, ma un ospedale da campo dopo una battaglia.”

Anche questa Basilica, nella sua storia lunga di sedici secoli, è stata un ospedale. Non di corpi – di fede. Un luogo dove la gente arrivava ferita e ripartiva con qualcosa.

Arriviamo feriti. Ripartiamo con qualcosa.

 Questa è la Chiesa che Pietro e Paolo ci hanno consegnato.

Oggi portiamo il nome di Leone.

Leone XIV ha scelto quel nome sapendo cosa significava. La sua prima enciclica – Magnifica Humanitas – mette in risalto la dignità della persona nell’epoca delle macchine intelligenti. Come a dire: l’uomo vale più di tutto ciò che costruisce. La sua dignità non si calcola. Non si sostituisce.

Il ministero petrino – ieri come oggi – non è quello di avere tutte le risposte. Ma sì di discernere con lucidità le sfide del nostro tempo. Di custodire ciò che non può cedere.

Oggi la Chiesa raccoglie l’Obolo di San Pietro. Pietro – quello stesso che non aveva argento né oro – diceva allo storpio alla Bella Porta: “Ciò che ho, te lo dò”. La carità del Papa nasce da lì. Da quella libertà di chi non trattiene per sé, ma offre ciò che ha. Oggi siamo noi quella mano. Siamo noi quella Bella Porta.

Pietro e Paolo ci chiedono di riconoscere lo Spirito anche dove agisce in modo che non ci aspettavamo. Anche in chi è diverso da noi. Anche in chi ci contraddice e ci obbliga a pensare di nuovo.

Anche in un pescatore di Galilea che risponde senza calcolare.

Anche in un prigioniero che scrive: ho tenuto la fede – e quello gli basta.

“Hanno combattuto la buona battaglia, hanno testimoniato la verità” – come ci ricordava Agostino.

Preghiamo per Leone XIV.

Perché sia disponibile come Pietro – e non abbia paura delle domande difficili come Paolo.

E sia, come loro, uno strumento che si lascia incontrare.

E ora portiamo all’altare ciò che abbiamo.

Ciò che Pietro portò: la sua fragilità diventata dono. Ciò che Paolo portò: la fedeltà fino all’ultimo respiro.

E ciò che noi portiamo: la nostra storia – con tutto quello che non torna, e tutto quello che, nonostante noi, tiene.

Questa festa non smette di sorprenderci.

Perché lo Spirito non cerca strumenti perfetti. Cerca strumenti disponibili.